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Il primo conflitto mondiale

Con l’arrivo della prima guerra mondiale si consolidò una crisi istituzionale dell’Unioncamere, iniziata a novembre 1912 e destinata a durare a lungo. L’Unione si ritrovava, nel 1913, più vicina alla pubblica amministrazione e da questa legittimata; le Camere, nella nuova situazione, trovavano spesso il pretesto per sottrarsi alle indicazioni da essa fornite, in quanto vi era confusione tra ruolo di rappresentanza e ruolo di tutela amministrativa.

Sebbene in situazione di crisi, l’Unione poteva contare su due circostanze particolarmente rilevanti: la nascita della Federazione delle CdC del Mezzogiorno, che tra i suoi obiettivi aveva quello di riportare all’Unione le Camere meridionali, e l’aumentata consapevolezza dell’importanza che il registro ditte tendeva ad assumere nell’attività delle Camere, ai fini della loro validazione rispetto al mondo delle imprese. Le Camere chiesero che la denuncia delle ditte generasse effetti giuridici, oltre che amministrativi, che funzionasse quale vera anagrafe commerciale.

Al termine della guerra l’Unione tornò alla piena funzionalità, ma il rapporto con la pubblica amministrazione era diventato, nel frattempo, piuttosto critico, anche per il fatto che quest’ultima tendeva alla proliferazione delle funzioni 3 degli organismi, sovrapponendosi alle competenze camerali. Ulteriori motivi di preoccupazione per l’Unioncamere erano dati dall’introduzione del suffragio universale e dalla completa trasformazione delle libere associazioni. La rifondazione della Confindustria, nel 1919, comportò un rovesciamento dei rapporti di forza rispetto al mondo camerale: ministro dell’Industria, nel nuovo governo
Nitti, fu nominato infatti il leader delle libere associazioni.

Si pose mano, nuovamente, ai tentativi di riforma dell’istituto camerale, poi sfociati nella “rivoluzione” inserita nel codice civile del 1942 e attuata in anni più vicini a noi. Il progetto di legge presentato nel 1919 andò in porto solo nel 1924 e la legge ripropose il progetto di allora, restituendo alle camere la rappresentanza degli interessi del commercio e delle industrie.

La riforma Corbino (dal ministro del governo Mussolini Mario Orso Corbino) non produsse cambiamenti in positivo: le Camere continuarono ad apparire organismi in uno stato di “animazione sospesa” e nel febbraio 1925, in occasione dell’apertura delle trattative commerciali tra l’Italia e la Germania, il governo designò come membri della delegazione commerciale italiana i rappresentanti delle associazioni industriali e agrarie, anziché i due delegati dell’Unioncamere. Alle proteste del mondo camerale Mussolini reagì in modo infastidito, che non ammetteva repliche. Le CdC – nella loro nuova forma di Consigli provinciali dell’economia - divennero apparentemente, in virtù della riforma Belluzzo del 1926, i contenitori di un modello corporativo fondato sull’indistinta rappresentanza delle attività produttrici. In realtà la rilevanza pubblicistica del Consiglio era molto forte e l’Unione, in seguito alla riduzione degli istituti alla gestione degli aspetti locali dell’attività economica, non trovò più spazio nella nuova situazione.

La funzione di raccordo nazionale degli interessi economici era assicurata dalla Confindustria e dalle confederazioni nazionali riconosciute giuridicamente, con conseguente obbligatorietà di iscrizione da parte degli imprenditori; nel partito-stato, poi, i membri dei Consigli camerali venivano designati direttamente.

L’Unione venne messa, pertanto, in liquidazione; nel periodo che va dal 1926 al 1945 l’istituto camerale fu progressivamente incorporato nella pubblica amministrazione. La perdita di autonomia degli ex istituti camerali si tradusse comunque – oltre che in una burocratizzazione delle funzioni – anche in uno strumento di efficienza che trapassò (affinandosi) nel periodo repubblicano.

Data di pubblicazione: 19-05-2011

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La riforma delle Camere di commercio