“Le Camere di commercio sono pronte a contribuire alla realizzazione dello sportello unico laddove, come dice la legge, i Comuni ce lo chiedano”.
Così il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, sul richiamo lanciato nei giorni scorsi dal Premier Silvio Berlusconi al ruolo di supporto che le Camere di commercio potranno dare per la libertà di impresa.
Ma perché sia un successo, avverte Dardanello, è indispensabile attenersi a regole semplici e, soprattutto, uguali su tutto il territorio nazionale.
All’indomani della prima Assise degli amministratori camerali, l’organismo plenario previsto dal nuovo statuto di Unioncamere, il numero uno dell’ente è tornato a parlare della necessità di liberare le imprese da regole inutili.
“La proposta del Presidente del Consiglio, per rimuovere il pregiudizio negativo verso l’attività d’impresa dalla Costituzione e facilitare il suo esercizio - ha detto Dardanello - va nella direzione da noi auspicata”. Così come positivo è stato il parere del Sistema camerale sulla proposta di legge che si sta discutendo in Parlamento per l’introduzione nel nostro ordinamento di uno Statuto dell’impresa.
Gli Amministratori delle 105 Camere di commercio, riunitisi il mese scorso in Assise a Roma, hanno chiesto con forza oggi come 132 anni fa - a tanto risale un evento di uguale portata - leggi semplici e chiare per sostenere meglio i nostri sistemi produttivi.
In questo senso ha detto il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, intervenendo all’Assise “il Sistema camerale svolge una funzione insostituibile per la crescita delle economie territoriali.
E’ una rete tra imprese che sostanzia il concetto di sussidiarietà, cioè ridurre la presenza invasiva dello stato sia come regole che come strutture, e riconosce alle imprese singole, associate in rete tra di loro, la capacità di determinare nuovi livelli produttivi”.
Ma ha puntato il dito Dardanello, riferendosi ai tagli previsti nella manovra finanziaria, per essere ancora più efficienti occorre che gli enti camerali, completamente autofinanziati dalle imprese, possano decidere liberamente come e dove intervenire. Nella convinzione che nessuno, meglio delle imprese stesse, possa sapere come impiegare le risorse.
L’Assise è stata anche l’occasione per fare il punto sullo stato di salute del nostro sistema economico. In questi ultimi mesi, il barometro ha smesso di segnare burrasca e l’ago dell’economia ha ripreso a risalire. Cresce la voglia di imprenditorialità, torna a salire l’export. Tuttavia il bel tempo non è ancora arrivato.
Rilanciare gli investimenti, stimolare i consumi e superare l’IRAP. Sono questi alcuni degli ingredienti della ricetta anti-crisi messa a punto da Unioncamere. Perché, ha detto Dardanello, se cresce l’impresa cresce il lavoro.
Un mercato, quello del lavoro, che quest’anno rischia paradossalmente di veder bruciare 152mila potenziali assunzioni per mancanza di figure professionali adeguate.
Integrare la formazione scolastica e universitaria con quella dell’ambiente produttivo è la direttrice sulla quale il Sistema camerale si sta muovendo per colmare questo gap. Con percorsi di alternanza scuola-lavoro, monitorando i fabbisogni professionali del territorio.
Mentre per sostenere il Made in Italy nel mondo, Unioncamere insiste per una più efficiente articolazione degli interventi e delle strutture per l’internazionalizzazione. Che valorizzi, tra le altre, le competenze del Sistema camerale.
Un appello raccolto dal Vice Ministro allo Sviluppo Economico, Adolfo Urso, che, per ridurre sovrapposizioni, ha ricordato la proposta contenuta nella Manovra di riunire in un'unica Spa i sette enti che oggi si occupano di internazionalizzazione.
Con la partecipazione dello Stato, delle Regioni, delle Associazioni di impresa, delle Camere di commercio e degli enti fieristici per gestire tutto il processo di internazionalizzazione.
Il ritardo infrastrutturale dell’Italia ci allontana dai paesi più avanzati e acuisce il divario, già pesante, tra il Nord e il Sud dello Stivale. E’ quanto emerge dal Rapporto sulle PMI e le economie locali, curato da Unioncamere e Istituto Tagliacarne, secondo cui per competere su un mercato globale il sistema produttivo chiede infrastrutture, servizi e capitale umano adeguatamente formato. Il recupero marginale delle dotazioni infrastrutturali registrato nell’ultimo decennio tra il Meridione ed il Settentrione, lascia infatti sostanzialmente inalterato il gap che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia. E fotografa un Belpaese che continua a viaggiare a due velocità. Se infatti nel 2000 la dotazione complessiva delle infrastrutture del Centro-Nord era dell’11,9% superiore rispetto alla media nazionale contro un gap del -19,9% del Mezzogiorno, nel 2009 il Centro-Nord presentava un +11,4% mentre il Mezzogiorno registrava un -19,6% rispetto alla media nazionale. Eppure se il Sud piange, il Nord non ride. Infatti pur essendo più elevato il fabbisogno di infrastrutture tra le imprese meridionali, la forte propensione all’export delle aziende settentrionali fa emergere anche su questo fronte una questione “Nord”. Dove è rilevante la richiesta di collegamenti ferroviari in alta velocità di scala internazionale, il potenziamento di una rete autostradale che presenta indici di affollamento spesso critici e, più in generale, di una migliore connessione con le reti di trasporto transeuropee. Pure la fornitura dei servizi reali diretta alle imprese non brilla per gradimento, attestandosi su valori relativamente modesti pur se differenziati in rapporto al servizio utilizzato. Superiore al 50% per servizi di contabilità, distribuzione e informatica, mentre si attesta su livelli più bassi per tutti gli altri servizi in particolare per quanto riguarda i servizi relativi al personale (39,3%) e al marketing (32,6%). Intanto resta forte l’allarme sul fronte occupazionale, che rischia di perdere potenziali posti di lavoro per figure professionali irreperibili sul mercato. Un contratto su quattro programmati dalle aziende finirà infatti con l’andare in fumo. A rivelarlo sono le prime anticipazioni del Sistema informativo Excelsior sulle previsioni di assunzione formulate dalle imprese per il 2010, secondo cui oltre 152mila assunzioni previste sono di difficile reperimento, 45mila in più rispetto al 2009. Un gap che, anche alla luce dell’attuale fase economica, è un paradosso difficile da accettare.
Puntano sempre più sull’impresa gli italiani che, a dispetto della crisi, si affidano all’arte dell’intraprendere anche come forma di autoimpiego. E’ così che il bilancio tra nuove aperture e cessazioni di attività riprende smalto, e torna a essere positivo. A registrare questa vera e propria inversione di tendenza è l’indagine Movimprese, è l’indagine Movimprese, condotta da InfoCamere, che tra gennaio e maggio 2010 ha rilevato un incremento della base imprenditoriale di 17.235 unità a fronte di 200.652 nuove registrazioni e di 183.417 chiusure. Dati incoraggianti anche alla luce del confronto con i primi 5 mesi dello scorso anno verso i quali si registra un incremento di 14mila nuove imprese e una riduzione di uguale ammontare delle cessazioni. Una crescita del tessuto imprenditoriale che, inoltre, si accompagna ad un suo continuo rafforzamento privilegiando strutture organizzative societarie per affrontare meglio uno scenario di mercato profondamente mutato. Segno che, nonostante tutto, il sistema produttivo resta vitale. E’ il Nord-Ovest, con 6.832 imprese in più, ad aver dato il contributo maggiore al saldo positivo del periodo. Mentre in termini relativi, è stato invece il Centro (+0,53%) a segnare una più consistente dinamicità.
Ve(n)dere oltre la crisi perché il Made in Italy possa crescere sui mercati esteri recuperando quelle posizioni che le turbolenze dell’economia mondiale sembrano aver messo a rischio. Ma puntando su quali modelli di produzione per rispondere a quali modelli di consumo emersi nello scenario post crisi? Questi i temi al centro della riflessione di istituzioni e imprese durante l’XI Meeting dei Segretari Generali delle 75 Camere di Commercio Italiane all’Estero.
Gli ultimi due anni hanno accelerato profondi cambiamenti nello sviluppo economico, non più determinato dai tradizionali fattori di produzione, ma sempre più legato a fattori immateriali, alla base della competitività dell’impresa.
Oggi il consumo è consapevole e responsabile, e il Made in Italy può essere protagonista di questo “nuovo mo(n)do” di consumo, puntando sulla capacità di mettere al centro del processo produttivo l’uomo, rispettando l’ambiente, garantendo la tracciabilità della filiera e la genuinità dei prodotti, esprimendo creatività e innovazione grazie al design, alla progettazione, frutto più del saper fare italiano che di ricerca di laboratorio.
Se dunque, da un lato, le imprese si stanno mostrando in grado di rispondere alle grandi questioni della contemporaneità, a partire da quella ambientale, dall’altro, perché questa capacità si traduca in concrete opportunità di business sui mercati esteri, è necessario che i soggetti di promozione adeguino le loro politiche di internazionalizzazione, tenendo conto di questo nuovo scenario globale.
Nel mercato post crisi intercettare le esigenze del consumatore estero e focalizzarsi di conseguenza su elementi di servizio e di comunicazione del prodotto è essenziale. Le CCIE, come avamposto del Made in Italy all’estero, sembrano averlo capito prima di altri, realizzando già da diversi anni attività di promozione in settori sui cui si gioca il futuro della crescita mondiale, come bio e nanotecnologie, energie rinnovabili, aerospazio, senza dimenticare progetti che veicolino la cultura italiana (anche attraverso il cinema) e promuovano il turismo, avvalendosi delle più moderne tecnologie, come il web 2.0, attivando blog tematici e fori di discussione e confronto per le imprese. È per questo che le Camere svolgono un ruolo strategico nel sistema italiano di promozione, perché sono soggetti di natura privata che, in un’ottica istituzionale, lavorano al servizio del “valore italiano” nel mondo.
Nuovi spazi per stringere affari all’estero. Per oltre cento aziende italiane la missione organizzata nei giorni scorsi in Giordania e Libano dal Sistema camerale e il Governo italiano, è stata un’occasione per estendere il proprio business nell’area del Mediterraneo. Mercati che mostrano di poter dare significative opportunità allo sviluppo degli scambi con l’Italia. Con margini di crescita rilevanti, visto che quest’area rappresenta meno del 10% del volume complessivo dei nostri scambi commerciali. Una missione particolarmente importante anche per i risvolti sul piano della collaborazione istituzionale a sostegno dell’export italiano nel mondo. A darne evidenza è stato il Vice Presidente di Unioncamere e Presidente della Camera di commercio di Trieste, Antonio Paoletti, nel corso del suo intervento al Forum Economico Italia-Giordania organizzato da Unioncamere, ICE e Promos e che ha visto la partecipazione del Vice Ministro alle attività produttive, Adolfo Urso, del Presidente dell’ICE, Umberto Vattani e del Presidente della Simest, Giancarlo Lanna. Secondo Paoletti “si tratta, infatti, di un’iniziativa che vede coinvolti direttamente, per la prima volta, Sistema camerale e Governo italiano con lo specifico obiettivo di promuovere le piccole e medie imprese”. Un modello che, ha aggiunto il Vice Presidente di Unioncamere, “ci auguriamo di replicare e che è frutto dell’impegno personale del Vice Ministro Urso, cui rinnoviamo l’apprezzamento del Sistema camerale per il lavoro che sta svolgendo per ridisegnare e riordinare i soggetti preposti alle attività di internazionalizzazione nel nostro Paese. Una riforma indispensabile perché le nostre istituzioni possano rispondere al meglio ai fabbisogni delle imprese impegnate in difficili percorsi per affermarsi sui mercati internazionali”.
Gli operatori del mondo agricolo ed agroalimentare possono contare su un nuovo supporto finanziario per sostenere la propria attività. Sono i prodotti e i servizi innovativi lanciati nei giorni scorsi dalla Borsa Merci Telematica e Intesa Sanpaolo che permettono di ottenere un anticipo sui crediti generati sulla piattaforma telematica, facilitandone l’operatività. Un’offerta che si aggiunge al servizio “Mercato Telematico Sicuro”, attivato nel 2008, sviluppato per coprire i contratti dal rischio di insolvenza. Strumenti accessori studiati apposta per soddisfare le esigenze del mercato che secondo il Presidente di BMTI, Francesco Bettoni, consentiranno una maggiore crescita delle contrattazioni sulla piattaforma telematica. Una “piazza” virtuale che sta già dando ottimi risultati, come si evince dall’andamento delle negoziazioni che, di anno in anno, sono più che raddoppiate.
Un trend straordinario che, come sottolineato dal Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, “conferma la bontà e lungimiranza del progetto realizzato dal sistema delle Camere di commercio italiane”. Un’idea maturata in seno al Sistema camerale dieci anni fa, per far fronte al continuo calo di affluenza e di rappresentatività dei prezzi delle borse merci “tradizionali”. E che ha trovato il suo coronamento con la nascita nel 2006 della Borsa Merci Telematica Italiana. Attualmente la contrattazione telematica è attiva in 41 mercati riferiti principalmente ai settori dei cereali, lattiero caseari, carni, olio, vino, ortofrutta e salumi. E sono in via di attivazione nuovi mercati telematici. Dai fiori e piante alla Mozzarella di bufala campana DOP, dalle biomasse ai derivati del pomodoro; dal siero di latte al Caciocavallo silano DOP.
Meno “bufale” e assegni “cabriolet”. E’ così che nel 2009, complice il calo delle transazioni tra imprese e una maggiore cautela dei consumatori, gli italiani si scoprono più affidabili di prima. E’ quanto emerge dall’analisi condotta da Unioncamere sull’andamento dei protesti levati nelle province italiane nel corso del 2009, secondo la quale gli effetti protestati si riducono del 2% in valore e del 2,4% nel numero, mentre aumentano dell’1% per importi medi. La diminuzione ha riguardato in particolare gli assegni, diminuiti del 13,4% tanto in numero quanto nell’importo (il valore medio aumenta dell’1%). Mentre rallenta la crescita delle cambiali (+3,7% il numero e +17,5% l’importo) e le tratte (+2,6% il numero, -0,9% l’importo). Sono i siciliani i più virtuosi dello Stivale con protesti in diminuzione nel 2009 rispetto all’anno precedente sia in numero (-6,8%) che in valore (-9,4%). Seguono Molise e Lombardia, che registrano un calo del numero di protesti rispettivamente del 5,7% e 5,1%. Ma mentre in Lombardia gli importi si riducono (-4,2%), in Molise si registra un incremento del 6,3%. Non brillano invece per solvenza veneti, toscani, marchigiani ed emiliano-romagnoli che, in controtendenza con la media nazionale, vedono incrementare i protesti sia per numero sia per valore complessivo. Al rispetto delle scadenze, i più refrattari appaiono i romani, i milanesi ed i napoletani, che concentrano il numero ed i valori provinciali più elevati nel 2009.