Migliora la situazione del mercato del lavoro, ma l’orizzonte non è privo di nuvole. Rallenta la contrazione dei posti di lavoro e si assume di più rispetto allo scorso anno. Mezzogiorno e piccole imprese fanno però ancora fatica a intravedere la ripresa. A pesare negativamente sull’occupazione pure il disallineamento tra offerta e domanda dei profili professionali qualificati reperibili sulla piazza. E’ quanto emerge dal Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, secondo cui saranno 20.000 le assunzioni in più nel 2010 a fronte di 802mila entrate, in aumento rispetto al 2009, e di 980.500 uscite di personale, in decelerazione verso l’anno scorso.
E il saldo pur se resta negativo di 178mila unità appare in recupero se raffrontato all’anno precedente. Mentre quasi 150mila assunzioni previste per quest’anno rischiano di andare in fumo per mancanza di professionalità adeguate. Sono soprattutto le imprese di dimensione media, ed in particolare quelle più innovative o vocate all’export, a mostrare maggiore dinamicità. Non è un caso, infatti, che tra le figure di più difficile reperimento sul mercato ci siano proprio gli esperti di marketing, professionisti che possono aiutare le imprese ad affrontare al meglio la competizione globale.
Uno scenario che secondo il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, rileva quanto “il sistema produttivo italiano è vivo e vitale e sta mostrando di avere tutte le qualità per trainare il Paese verso una ripresa economica consistente”. Anche se non mancano certo motivi di preoccupazione non ultimo, appunto, il Sud dove resta alto l’allarme.
La staticità del mercato interno e il forte ritardo strutturale sono alcuni degli elementi critici che allontano il Mezzogiorno dal resto del Paese. Fattori che per Dardanello “rendono ancora più urgente la messa a punto di ogni iniziativa di rilancio del sistema economico locale”.
Per aiutare le aziende ad intercettare la ripresa, oggi ancora discontinua e selettiva, il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, punta il dito sul capitale umano. Più in particolare sul paradosso tutto italiano dell’elevato mismatching fra competenze formative e richieste del mercato.
E proprio per supportare più adeguatamente le famiglie ad orientare le scelte educative dei propri figli, anche in base alle esigenze del sistema produttivo, il Ministro ha annunciato l’ampliamento del Sistema Excelsior, che diventerà presto da annuale a semestrale.
Tra le professioni high skill per le quali le imprese segnalano le maggiori difficoltà di reperimento la prima posizione è riservata agli Addetti al marketing (1.300 quelli richiesti, la metà dei quali “introvabili”), seguono gli Infermieri (4.500 assunzioni previste, di cui 49,9% difficili), i Farmacisti (oltre 1.200 le richieste ma per 45,8% ci sarebbero difficoltà di reperimento), gli Sviluppatori di software (2.310, 41,6%), i Venditori tecnici e gli Agenti di vendita (entrambi ricercati in oltre mille unità, con una difficoltà di reperimento del 40,8%).
Un gap, tra domanda e offerta, che appare ancora più marcato per alcune figure ricercate dalle imprese artigiane dove i “mestieri” introvabili raggiungono addirittura quote superiori al 70%. Tra questi: montatori di infissi, parrucchieri, aiuto-parrucchieri, pavimentatori, meccanici e idraulici.
Un fenomeno quest’ultimo che secondo il Segretario generale di Unioncamere, Claudio Gagliardi, mette in luce la necessità di superare anche alcuni pregiudizi legati al lavoro manuale.
L’ambiente da vincolo e freno alla crescita dell’impresa a motore dello sviluppo e di innalzamento della qualità della vita. E’ questa la rivoluzione alla base della Green economy che promette di guidare, attraverso questo cambio di prospettiva, una nuova fase di crescita dei sistemi produttivi e dell’occupazione. A puntare sull’economia verde per rilanciare la propria attività sono ormai il 30% delle piccole e medie imprese italiane. Una percentuale che sale al 33,6% nelle aziende che esportano, al 41,2% nelle imprese che sono cresciute economicamente anche nel 2009, al 44,3% in quelle che hanno elevato la qualità dei loro prodotti. Segno che, a vedere le performance, l’orientamento alla sostenibilità paga. E spesso le azioni messe in atto si incrociano con una spinta per l’innovazione e per la valorizzazione delle qualità delle risorse umane. E’ quanto emerge dall’indagine condotta dalla fondazione Symbola e da Unioncamere, secondo cui inoltre considerando i ritmi di crescita delle assunzioni green, che solo nel 2009 sono state 200.000, si può stimare nei prossimi anni tra nuova occupazione e riqualificazione dell’esistente almeno un milione di posti di lavoro. Più che un nuovo settore produttivo, l’economia verde rappresenta dunque un nuovo modello di sviluppo. E come tale non si limita al riorientamento del settore energetico e allo sviluppo delle energie rinnovabili, ma si allarga pervasivamente verso uno sviluppo sostenibile toccando trasversalmente tutti i settori: dall’agroalimentare alle ceramiche, dalla nautica al turismo, dalle costruzioni alla meccatronica. Un modello che ha un forte impatto sulla crescita delle economie territoriali esaltando le diverse identità. Premia la valorizzazione dei fattori locali; chiede maggiore personalità, storia e tradizione nei prodotti comprati e consumati; vuole beni che portano con sé il rispetto dei luoghi di origine, associando a questi il valore della salvaguardia dei beni ambientali e dei valori culturali. Un’opportunità di crescita concreta per il sistema produttivo italiano, “storicamente” permeato intorno a valori di qualità e di tutela del territorio. Ma perché la sfida ambientale possa trasformarsi in crescita economica è necessario sostenerla con politiche adeguate che ne accompagnino la diffusione.
Sono sempre di più gli italiani pronti a scommettere sull’impresa. A darne evidenza è l’indagine trimestrale di Movimprese condotta da InfoCamere, secondo la quale ad aprire i battenti tra aprile e giugno sono state 107.306 nuove aziende a fronte di 60.085 chiusure. E’ così che la base imprenditoriale è cresciuta nel secondo trimestre di 47.221 unità, rispetto all’analogo periodo dello scorso anno, mettendo a segno il miglior risultato degli ultimi otto, eccezion fatta del 2004. Se dunque il flusso delle nuove iscrizioni appare consolidarsi su livelli “normali”, quello delle cessazioni sembra perdere quel carattere “emorragico” degli ultimi due anni, per ritornare ad un ritmo più fisiologico dei ricambi e delle sostituzioni. Un segnale salutato positivamente dal Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, secondo il quale “la ripresa della fiducia nell’impresa è la base per restituire slancio alle attività e rimettere in moto il circuito che porta alla crescita dei salari e dell’occupazione”. Resta invece un elemento da non sottovalutare l’incremento delle imprese a rischio chiusura a fronte dell’apertura di procedure fallimentari. Un fenomeno che per quanto rimanga ancorato a valori estremamente contenuti - in media si rilevano poco più di 0,5 nuove procedure fallimentari aperte ogni mille imprese registrate - dimostra che le “tossine” introdotte dalla crisi nell’organismo sono ancora in circolazione, con possibili ripercussioni sui livelli occupazionali.
Creazione di nuovi posti di lavoro, sostegno alla costituzione di microimprese, miglioramento di capacità operative autonome. Sono questi i principali obiettivi alla base della recente intesa siglata da Unioncamere e il Comitato Nazionale per il Microcredito, alla presenza del Sottosegretario Gianni Letta, per supportare programmi di microcredito e microfinanza. Un’occasione per aiutare concretamente quanti in cerca di lavoro puntano sull’impresa come forma di autoimpiego. L’accesso ad un finanziamento, anche di piccola entità, ha infatti sottolineato il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, “può essere spesso determinante per il successo di questi che sono progetti di vita, su cui si gioca il futuro di tante famiglie”. Ma non solo. L’accordo rappresenta infatti anche un’opportunità per le tante piccole e piccolissime imprese che, grazie ad un accesso al credito più flessibile e mirato, potranno più facilmente agganciare la ripresa. Di un contributo, inoltre, per eliminare sacche di povertà in quei settori della società maggiormente bisognosi d'aiuto e che le banche difficilmente guardano, ha parlato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. A cui ha fatto da eco il Presidente del Comitato Nazionale per il Microcredito, Mario Baccini, sottolineando l’obiettivo di includere nel modello economico le fasce più deboli: immigrati, ex carcerati, donne, giovani. A disposizione per rendere concreta l'idea vincente ci saranno all'incirca 25mila euro in media per progetto, che saranno sostenuti da un fondo di garanzia di 10milioni di euro. Per favorire poi l'incontro tra domanda e offerta l’intesa prevede pure la realizzazione di un database specifico per la microimpresa.
Che il costo della vita fosse più alto al Nord che al Sud, era già da tempo una percezione largamente condivisa. Ma oggi a metterlo nero su bianco è l’indagine sulle differenze dei prezzi al consumo tra i capoluoghi delle regioni italiane nel 2009 sviluppata da Istat, Unioncamere e Istituto “Guglielmo Tagliacarne”. Rispetto alla media nazionale infatti le città che appaiono sistematicamente più care sono situate nell’Italia settentrionale mentre quelle persistentemente meno costose sono collocate a Sud dello Stivale. E’ Bolzano la città del Belpaese in cui vivere costa di più, mentre sbarcare il lunario sotto il Vesuvio si rileva decisamente più a buon mercato. Analizzando le parità di potere d’acquisto calcolate per i diversi raggruppamenti di spesa sulla base di un paniere costituito da circa 3.700 “prodotti specifici” emergono così due gruppi di città. Bolzano, Milano e Genova evidenziano livelli dei prezzi superiori alla media nazionale in tutti i raggruppamenti di spesa. All’estremo opposto Palermo, Potenza e Campobasso registrano invece i livelli dei prezzi sistematicamente inferiori. Nel complesso la dispersione del livello dei prezzi nelle diverse città intorno alla media italiana è del 3,7%. L’aggregato con la maggiore omogeneità dei livelli territoriali dei prezzi è quello dei Trasporti e comunicazioni, seguito da Abbigliamento e calzature. Sul fronte opposto i raggruppamenti di spesa relativi a Abitazione, acqua, energia elettrica e combustibili e Servizi sanitari e spese per la salute rilevano variazioni più significative.
Un bollino doc per difendere il gusto italiano nel mondo. Ospitalità italiana, il marchio che da oltre dieci anni garantisce la qualità del servizio delle aziende turistico-ricettive, è stato esteso ai ristoranti italiani che portano i piaceri “autentici” della tavola del Belpaese a livello mondiale. Ma per fregiarsi del prestigioso riconoscimento gli ambasciatori dei sapori del Made in Italy all’estero dovranno attenersi a dieci semplici e chiare regole. Dalla valorizzazione della cultura delle denominazioni d’origine protetta alla proposta gastronomica che deve contenere in prevalenza piatti e ricette della nostra tradizione; da una carta dei vini che contenga almeno il 20% di etichette italiane DOP e IGP al menu che deve esser scritto anche in italiano corretto. Saranno mille i ristoranti italiani che, secondo le previsioni, sposeranno l’iniziativa. Una realtà che già oggi ha certificato la ristorazione tricolore in diverse città tra cui Londra, Singapore, Praga, Barcellona, Città del Messico, Caracas, Dubai, Chicago. Il progetto - curato da Unioncamere che si avvale del supporto operativo di Isnart, del coinvolgimento della rete delle Camere di commercio italiane all’estero, coordinate da Assocamerestero, del contributo delle associazioni imprenditoriali di settore, e vede la collaborazione dei Ministeri degli Esteri, dello Sviluppo economico, dei Beni culturali e del Turismo, i cui rappresentanti partecipano al Comitato di indirizzo dell’iniziativa - ha un duplice obiettivo valorizzare l’Italian Style e creare un deterrente significativo alla pirateria agroalimentare. Un settore quello dell’agroalimentare che per via dei “falsi d’autore” si stima sia depauperato di potenziali 50milardi di euro. E se l’imitazione è in crescita su scala mondiale non è certo un caso. Infatti per ben uno straniero su 10, l’Italia è sinonimo di “buon cibo”. E quanti hanno avuto la possibilità di trascorrere una vacanza nello Stivale promuovono la nostra cucina con un 8 pieno. Con questo progetto si calcola che se si riducesse di un centesimo il fatturato realizzato con prodotti imitati o contraffatti si sarebbe in grado di fare recuperare al Made in Italy 500milioni di euro.
Presentare alle istituzioni europee e alla comunità internazionale le eccellenze innovative conseguite in questi anni dai Poli e Distretti tecnologici dell’Euroregione AlpMed e verificare nuove prospettive future per i prossimi anni. E’ questo il senso dell’evento “Innovazione nell’Euroregione ALPMED, progetti di collaborazione tra cluster”, tenutosi a metà luglio presso la sede di Bruxelles dell’Euroregione che ha visto la partecipazione, tra gli altri, del Vice-Presidente della Commissione europea e Commissario europeo all’Industria, Antonio Tajani.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività messe a punto dalle Unioni regionali delle Camere di commercio di Rhône-Alpes, Provence-Alpes-Côte d’Azur (Paca), Liguria, Valle d’Aosta e Piemonte per stimolare lo sviluppo di quest’area transfrontaliera. Un territorio a cavallo tra Italia e Francia che già oggi, con un milione e mezzo di imprese, è in grado di esprimere un prodotto interno lordo che sfiora i 500miliardi di euro. E che tuttavia presenta ancora enormi potenzialità di crescita. Opportunità che per fare da volano alle economie locali necessitano di un’ampia condivisione del progetto da parte di tutti quegli enti e quelle istituzioni che, governando queste regioni, compiono scelte per il benessere dei cittadini e dell’intero tessuto economico.