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Il 73% delle imprese italiane impegnate in responsabilità sociale

Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro, attraverso interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti.

Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e presentato all’Università degli Studi di Perugia. Nel 2004, anno di nascita dell'Osservatorio Socialis, il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l'anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione.

Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014).

I settori più attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Ma è nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente.

Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).

Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri “rapporti di vicinato”.

La prima motivazione a fare responsabilità sociale è “reputazionale” (47%), seguita dall’effetto sul business e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%).

Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio.

"Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa", commenta Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. Secondo Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia aziendale presso il dipartimento di Economia di Perugia, "le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Le imprese italiane – e umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”. 

Fonte: ADNKRONOS