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Bilancio di genere
L'esigenza di comprendere meglio quale possa essere la ricaduta sulle donne e sugli uomini delle attività delle Camere di commercio nasce dalla consapevolezza non solo del valore della parità, costituzionalmente garantito, ma anche dall’esigenza di valorizzare le differenze di genere.
Le differenze tra uomini e donne – in termini di condizioni di vita, accesso al lavoro, opportunità di carriera, partecipazione alla vita produttiva – implicano la non neutralità delle politiche rispetto al genere.
Il Bilancio di genere consente di analizzare e valutare le politiche in quest’ottica con l’obiettivo principale di fornire una chiave di lettura di come l’operato di un'organizzazione, che agisce apparentemente in maniera “neutra” nei confronti dei propri stakeholder, in realtà produca effetti diversi sugli uomini e sulle donne.
L’adozione del Bilancio di genere implica l’integrazione di una prospettiva di genere nella definizione delle priorità e delle strategie di un ente – in questo caso delle Camere di commercio: una scelta che può incidere sulla promozione delle pari opportunità e sulla valorizzazione delle risorse umane.
Con queste Linee guida, Unioncamere, con il supporto di Retecamere, intende avviare un percorso di diffusione del Bilancio di genere nelle Camere di commercio ed offrire al Sistema camerale una serie di indicazioni per costruire il Bilancio di genere secondo criteri e modalità omogenei. Si vuole così fornire un sostegno tecnico e di indirizzo nell’elaborazione del report, consentendo allo stesso tempo la comparabilità tra più realtà camerali.
I benefici attesi dall’adozione del Bilancio di genere nell’ambito del Sistema camerale possono essere così sintetizzati:
- mettere a disposizione dei decisori istituzionali uno strumento per capire meglio l’impatto delle loro strategie sugli stakeholder, uomini e donne;
- rimodulare i servizi e le iniziative camerali in funzione delle diverse esigenze espresse e/o rilevate da uomini e donne;
- prospettare nuove possibilità di utilizzare meglio le risorse da finalizzare alle pari opportunità e alle politiche di genere;
- offrire agli stakeholder un nuovo modello di lettura dell’operato della Camera di commercio, similmente a quanto già avviene con il Bilancio sociale;
- sensibilizzare la struttura e il personale interno sulle tematiche di parità.
Vi sono inoltre motivazioni collegate al quadro normativo. La Direttiva del 23 maggio 2007, emanata dal Ministro per le riforme e l’innovazione nella pubblica amministrazione e dal Ministro per i diritti e le pari opportunità, raccomanda alle amministrazioni pubbliche l’utilizzo del Bilancio di genere.
Il Bilancio di genere è inoltre richiamato nel D.lgs. 150/2009 (c.d. Decreto Brunetta) come uno dei documenti che le amministrazioni devono produrre contestualmente alla Relazione sulla performance entro il 30 giugno di ogni anno (art. 10 comma 1 lett. b e art. 8); così come l’art. 8 dello stesso Decreto indica nelle pari opportunità una delle dimensioni della performance.
Naturalmente, il fatto che il Bilancio di genere sia citato nella norma non ne assorbe completamente la valenza come mero adempimento. Si vuole delineare un percorso organico e di ampio respiro per una programmazione ed un “rendiconto” in ottica di genere, con l’intento di innescare una crescita culturale e di introdurre i criteri della differenza di genere nel modus operandi delle Camere di commercio.
 
Il Bilancio di genere vanta una storia di sperimentazioni piuttosto ricca. Nato come strumento di analisi delle politiche pubbliche nei primi anni ‘80, è stato sperimentato per la prima volta nel 1984 in Australia. Il crescente interesse per tale tipo di analisi si è progressivamente diffuso a diversi Paesi, sostenuto sia direttamente dai Governi, che da associazioni non governative. Ad oggi si sono dunque sviluppate numerose iniziative a livello mondiale: si contano circa una quarantina di Paesi impegnati nel Bilancio di genere, soprattutto diversi Paesi del Commonwealth, africani, asiatici ed europei.
In Italia il Bilancio di genere è stato sperimentato per la prima volta nel 2001. A partire dal 2002 c’è stata una sua progressiva diffusione a livello locale nei Comuni e nelle Province, arrivando a contare oggi circa una sessantina di esperienze nel nostro Paese.