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Per tre anni (fino a novembre 2005) ho usufruito dellÂ’aspettativa per dottorato di ricerca ai sensi della legge 13/8/198...
Per tre anni (fino a novembre 2005) ho usufruito dell’aspettativa per dottorato di ricerca ai sensi della legge 13/8/1984 n. 476, conservando il mio trattamento economico, previdenziale e di quiescenza, quindi continuando ad essere retribuita dal mio ente. Sono rientrata al lavoro il 1 dicembre 2005. In futuro avrei intenzione di presentare domanda di mobilità volontaria presso il Ministero del lavoro, e vorrei sapere quando potrò farlo. Infatti non mi è chiara l’interpretazione del comma due della legge prima citata, che stabilisce che “qualora dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l’amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti (dall’ente di appartenenza). Vorrei infatti sapere se il vincolo dei due anni mi lega necessariamen te alla mia amministrazione ( e quindi devo aspettare i due anni per la domanda di mobilità),o a qualsiasi amministrazione pubblica ( e quindi se vado a lavorare presso un'altra P.A. non ho problemi di aspettare i due anni.
In effetti, la formula utilizzata dal legislatore “ Â… qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti Â… è ambigua e tecnicamente imprecisa e si presta a diverse interpretazioni. Si potrebbe pensare, infatti, sia che la norma sia applicabile solo in caso di dimissioni sia in presenza di altre vicende che, come la mobilità, pur non determinando la risoluzione del rapporto, determinano comunque lÂ’uscita del dipendente dallÂ’amministrazione. Tuttavia, a nostro avviso, un elemento decisivo per la soluzione del problema è ravvisabile nellÂ’art.30 del D.Lgs.165/2001 che, anche nel nuovo testo, conferma che la mobilità volontaria presuppone comunque il consenso dellÂ’amministrazione di appartenenza. EÂ’ infatti evidente che, a prescindere dal reale significato da attribuire alla “cessazione”, la mobilità volontaria non dipende in via esclusiva dalla volontà del dipendente; quindi, in realtà, lÂ’amministrazione ha di fronte a sè due possibilità: se crede, puònegare il consenso alla mobilità; ma se presta il proprio assenso non si puòcomunque più dire che il rapporto “cessiper volontà del dipendente. In conclusione, riteniamo che la ripetizione non si applichi in caso di mobilità volontaria.
Data di pubblicazione 12/09/2014 00:00
Data di aggiornamento 24/06/2009 20:10