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In materia di crediti di lavoro, qual ├Ę il regime applicabile per la determinazione e le rispettive decorrenze degli int...
In materia di crediti di lavoro, qual ├Ę il regime applicabile per la determinazione e le rispettive decorrenze degli interessi e della rivalutazione monetaria, la definizione del cumulo, l'individuazione dei termini di prescrizione?
Al riguardo, riteniamo necessario premettere che il regime dei crediti di lavoro, nel settore pubblico, è parzialmente difforme da quello del settore privato. Infatti, nonostante la privatizzazione del pubblico impiego e le nuove regole sulla giurisdizione abbiano reso direttamente applicabili, anche al rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, le disposizioni applicate nel settore privato (v. art.2, comma 2 e art.63 del D.Lgs.165/2001), permangono, in tale specifica materia, alcune diversità di fondo previste da specifiche norme di legge mai abrogate ed oggetto, anzi, di espresse conferme da parte della Corte Costituzionale. Ci riferiamo, in particolare, all'art.22, comma 36 della L.724/1994 (e all'art.16, comma 6 della L.412/1991), che in origine vietava, sia per il settore pubblico, sia per il settore privato, la cumulabilità di interessi legali e rivalutazione monetaria e alla sentenza della Corte Costituzionale n.459/2000, che ha mantenuto tale divieto per il solo settore pubblico. Non bisogna dimenticare, inoltre, che in tale materia le amministrazioni pubbliche devono necessariamente attenersi alle direttive impartite dal Ministero del Tesoro con il D.M. l.9.1998 n.352 e con la circolare 23.12.1998 n. 83. Cercheremo, pertanto, di illustrare la materia nei suoi aspetti generali, evidenziando, di volta in volta, le peculiarità del settore pubblico. Crediamo sia l'unico modo per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, e consentire agli enti di operare con maggiore consapevolezza. 1. Norme applicabili. La principale norma di riferimento, in materia, è sicuramente rappresentata dall'art.429, comma 3 del c.p.c., secondo il quale il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti di lavoro, deve determinare, oltre agli interessi nella misura legale, il maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione del valore del suo credito, condannando al pagamento della somma relativa con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto. Per effetto, rispettivamente, delle sentenze della Corte Costituzionale n. 156 del 1991 e n. 196 del 27.4.1993, la norma si applica anche ai crediti relativi alle prestazioni previdenziali ed a quelli relativi alle prestazioni assistenziali. Si noti che la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto anche al pubblico dipendente il diritto agli interessi e alla rivalutazione monetaria sui crediti relativi a stipendi ed assegni arretrati fin dalla sentenza dell'A.P. del Consiglio di Stato n. 7 del 30.10.1981, poi ribadita dalla stessa A.P. con sentenza n. 27 del 16.12.1983 e dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 52 del 24.3.1986. Ciòha determinato, fin dagli anni 80, la sostanziale trasposizione al settore pubblico dell'art.429 del c.p.c. e dell'art.150 delle relative disposizioni di attuazione. In riferimento al citato art.429, l'art.150 delle disposizioni di attuazione del c.p.c. stabilisce che, ai fini del calcolo della rivalutazione monetaria il giudice applicherà l'indice dei prezzi calcolato dall'Istat per la scala mobile dei lavoratori dell'industria. In materia sono successivamente intervenuti l'art.16, comma 6 della L.30 dicembre 1991, n. 412, relativo ai crediti previdenziali, e l'art.22, comma 36 della L.724/1994. Quest'ultima disposizione, estendendo il regime introdotto per i crediti previdenziali dall'art.16, comma 6 della L.412/1991, ha stabilito il divieto di cumulo di interessi e rivalutazione monetaria per i crediti di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale dei dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza maturati a far data dall'1.1.1995 (Cass. 12.12.1998 n.12523 - C.d.S. A.P. n.3/1998). Per effetto di tale norma, gli interessi legali, anche nel settore privato, dovevano essere cumulati non già con l'intera rivalutazione monetaria, ma soltanto con l'importo di quest'ultima eventualmente eccedente l'importo degli interessi medesimi. La Corte Costituzionale, però, con sentenza n.459/2000 ha stabilito l'illegittimità costituzionale del citato art.22, comma 36 limitatamente alle parole e privati, muovendo dall'assunto che le esigenze legate allo stato delle finanze pubbliche che potevano giustificare una simile disposizione per i dipendenti pubblici non potevano avere alcun rilievo per il settore privato. Si tratta di una sentenza che ha fatto molto discutere, non perchè ha affermato l'inapplicabilità del divieto di cumulo al settore privato ma perchè ha mantenuto tale divieto per il solo settore pubblico. Pertanto, mentre per quanto riguarda il settore privato, l'art.429, comma 3 del c.p.c. deve considerarsi applicabile a tutti i crediti di lavoro insorti prima o dopo il 1.1.1995 con la conseguente piena cumulabilità tra interessi legali e rivalutazione monetaria, per quanto riguarda il settore pubblico continua ad operare, per i crediti maturati a far data dall'1.1.1995, il divieto di cumulo sancito dall'art.22, comma 36 della L.724/1994. I criteri e le modalità di applicazione di tale ultima disposizione sono stati dettati con decreto del Ministro del tesoro 1┬░ settembre 1998, n.352. In sostanza, ai crediti di lavoro maturati dopo la data sopra citata devono aggiungersi gli interessi legali, da calcolarsi separatamente sull'importo nominale del credito e, solo successivamente, l'eventuale maggior danno da svalutazione monetaria, inteso questo non come l'intero danno, ma come la sola quota non coperta da interessi. Utili indicazioni al riguardo sono rinvenibili, oltre che nel DM 352/1988 e nella relativa circolare applicativa (n.83 del 23.12.1998), anche nella sentenza del C.d.S. A.P. n. 3 del 15.6.1998. 2. La natura del credito di lavoro e le sue implicazioni. Un problema molto dibattuto in dottrina e in giurisprudenza è stato quello della natura del credito di lavoro (credito di valuta o credito di valore), avente rilevanti implicazioni di ordine pratico, soprattutto circa le modalità di calcolo degli interessi. Come dovrebbe in parte già risultare evidente da quanto precisato al punto 1, il problema riguarda più il settore privato che non quello pubblico, ma riteniamo utile farne egualmente cenno per evitare possibili dubbi interpretativi. E'di immediata evidenza che, sotto il profilo sostanziale, l'art.429 del c.p.c. fa derivare il diritto agli interessi e alla rivalutazione monetaria in via immediata dal giorno della maturazione dei suddetti crediti senza necessità di alcuna costituzione in mora e sollevando il lavoratore da ogni onere probatorio; sotto il profilo processuale, invece, è importante sottolineare che il giudice deve provvedere d'ufficio e quindi anche in assenza di una domanda del lavoratore in tal senso. Questo meccanismo di rivalutazione, sicuramente anomalo rispetto al regime generale delle obbligazioni pecuniarie risultante dagli artt.1277 e ss. del c.c., ancorato al cosiddetto principio nominalistico, potrebbe far ritenere che il legislatore abbia inteso trasformare il credito di lavoro, da credito di valuta in credito di valore. I crediti di valuta sono soggetti al principio nominalistico, e, pertanto, in caso di ritardato pagamento il debitore si libera consegnando la somma originariamente dovuta nel suo importo nominale, con la conseguenza che il rischio per le oscillazioni del valore della moneta ricade interamente in capo al creditore, salva la possibilità di ottenere, a seguito di costituzione in mora ex art.1224 c.c., gli interessi moratori, da calcolare sull'importo nominale del credito, e l'eventuale maggior danno, del quale, però, dovrà essere fornita la prova. I crediti di valore, invece, non sono soggetti al principio nominalistico perchè la somma dovuta è espressa in relazione a un valore che costituisce il termine di riferimento per la monetarizzazione dell'obbligazione pecuniaria. In questo caso il rischio per le oscillazioni del valore della moneta ricade interamente sul debitore e gli eventuali interessi moratori si calcolano sul capitale rivalutato. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha seguito, al riguardo, tre diverse strade: - un primo indirizzo ha sostenuto una sostanziale trasformazione del credito di lavoro in credito di valore. In attuazione di tale orientamento, gli interessi sono stati calcolati sull'intero importo comprensivo dell'obbligazione originaria e della sua rivalutazione, analogamente a quanto praticato con riferimento al danno aquiliano e nell'ottica dell'automatico adeguamento della prestazione pecuniaria ai nuovi valori della moneta. In tal senso si vedano, ad esempio, Cass. 5.11.1987 n.8115, Cass. 24.7.1999 n. 8063 e Cass. 12.12.1998 n.12523 . - un opposto indirizzo ha invece sostenuto che gli interessi devono essere calcolati sull'importo originario dell'obbligazione e non su quello risultante dopo la rivalutazione, operando una netta distinzione tra diritto agli interessi e diritto alla rivalutazione. In tal senso si vedano, ad esempio Cass. 26.1.1995 n.907, Cass. 2.10.1998 n.9810 e Cass. 19.5.1995 n.5525; - un indirizzo intermedio ha sostenuto che gli interessi non devono essere calcolati sul capitale rivalutato nè sull'importo nominale originario dell'obbligazione, dovendo la rivalutazione essere computata con cadenza periodica a partire dal momento dell'inadempimento e sino a quello del soddisfacimento del creditore e dovendo gli interessi essere successivamente calcolati sulla somma gradualmente incrementata. In tal senso si vedano, ad esempio Cass. 16.7.1998 n.6993, Cass. 17.3.1999 n.2434 e Cass. 28.3.1998 n.3281. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza 29.1.2001 n.38 ha alla fine sciolto il contrasto giurisprudenziale accogliendo la tesi sostenuta dall'indirizzo intermedio. Per quanto riguarda il settore pubblico, invece, il problema è stato affrontato e risolto, in via definitiva, dal Consiglio di Stato, con la sentenza dell'Adunanza Plenaria n. 3 del 15.6.1998 che ha accolto, però, la tesi del principio nominalistico (ribadita anche nel DM 352/1988 e nella circolare n.83 del 23.12.1998). Ma è evidente che non poteva accedersi ad altra soluzione, per il settore pubblico, visto il quadro normativo risultante dall'art.16, comma 6 della L.412/1991 e dall'art.22, comma 36 della L.724/1994. Il punto è stato efficacemente sottolineato anche dalla citata sentenza della Cassazione Sez. Unite n. 38/2001 nella quale si legge: Le Sezioni unite non ignorano il precedente costituito dalla sentenza 15 giugno 1998 n. 3, emessa dall'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato in materia di pubblico impiego e aderente all'orientamento qui illustrato sub C) (l'orientamento aderente al principio nominalistico n.d.r.) . Questa sentenza si basa principalmente sul richiamo al nuovo sistema normativo venutosi a formare dopo l'entrata in vigore dei sopra citati artt.16, comma 6, 1. n. 412 del 1991 e 22 comma 36, 1. n. 724 del 1994, i quali, attribuendo maggior chiarezza al sistema in cui l'art.429 è inserito, dimostrerebbero come il credito di lavoro sia un credito di valuta e non di valore e che gli interessi, anche quando si cumulino con esso, sono solo un effetto del ritardo, onde debbono essere calcolati separatamente sulla somma base. Senonchè, a parte ogni altro rilievo, la sopravvenuta incidenza sul sistema normativo delle disposizioni di legge extracodicistiche testè citate, è venuta meno per i crediti di lavoro privati, di cui qui si tratta, per effetto della più volte richiamata sentenza costituzionale n. 459 del 2000. In conclusione dev'essere confermata la decisione qui impugnata, che ha disposto il calcolo degli interessi sul capitale annualmente rivalutato; nè su tale cadenza annuale della rivalutazione le parti hanno mosso alcuna contestazione. Pertanto, come già anticipato, nel settore pubblico il credito di lavoro si configura come credito di valuta e gli interessi legali devono essere calcolati separatamente sull'importo nominale del credito con effetto dal giorno della maturazione del diritto. Tali principi si applicano anche ai rapporti pendenti alla data di entrata in vigore delle richiamate disposizioni di legge: pertanto, per i ratei retributivi maturati fino al 31.12.1994 va corrisposto, oltre agli interessi legali (secondo i tassi in vigore alla scadenza dei singoli ratei), anche il danno da svalutazione (salvo quanto previsto dall'art.2, comma 4 del DM 352/1998 - v. sub 3.1.) , mentre per i ratei maturati successivamente spettano solo gli interessi legali e la rivalutazione puòessere attribuita, a titolo di maggior danno, unicamente se e nella misura in cui risulti superiore all'interesse legale (C.d.S. A.P. n. 3/1998 citata (v. anche C.d.S. Sez. IV n.2559 del 7.5.2001) . 3. Le modalità di calcolo di rivalutazione e interessi. 3.1. Generalità Gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sono liquidati secondo la disciplina vigente all'epoca della maturazione del diritto. Qualora l'obbligo di pagamento comprenda più periodi diversamente regolati, la liquidazione avviene in conformità alla disciplina vigente in ciascun ambito temporale (art.2, comma 1 DM 352/1998). Questo perchè dal rapporto previdenziale, assistenziale e retributivo non scaturisce una singola e complessiva obbligazione, avente ad oggetto una prestazione unitaria, ma una serie di obbligazioni, a cadenza periodica, ciascuna delle quali realizza l'intera prestazione dovuta in quel determinato periodo (circolare Min. Tesoro 23.12.1998 n.83). Si applicheranno quindi, un diverso tasso d'interesse legale e un diverso indice Istat, così come si applicherà o meno il cumulo tra interesse legale e rivalutazione monetaria, a seconda delle misure vigenti nei periodi considerati. Sui crediti il cui diritto alla percezione sia maturato prima del 16 dicembre 1990 sono dovuti gli interessi nella misura legale del 5% e la rivalutazione monetaria fino al 15.12.1990, mentre per il periodo successivo, a partire dal 16.12.1990 e fino al 31.12.1994 spettano i soli interessi legali nella misura del 10%; analogamente, per i crediti maturati dal 16.12.1990 e prima dell'1.1.1995 spettano solo gli interessi legali nella misura del 10% (art.2, comma 4 DM 352/1998 e punto 2b Circolare Min. Tesoro 23.12.1998 (la norma che ha portato il tasso di interesse legale al 10% è l'art.1 della L.26.11.1990 n.353); dall'1.1.1995, invece, come già precisato, l'importo dovuto a titolo d'interessi legali (10% fino al 31.12.1996, 5% dall'1.1.1997 e così via - v. paragrafo successivo) è portato in detrazione alle somme spettanti a titolo di rivalutazione monetaria (art.16, comma 6, legge n. 412/1991, art.22, comma 36 della L.724/1994 e art.2, comma 1 DM 352/1998). Secondo le disposizioni dettate dal Ministero del Tesoro, vincolanti per tutte le pubbliche amministrazioni, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sono calcolati sulle somme dovute, al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali ed erariali (art.3, comma 2 DM 352/1998) ed è escluso l'anatocismo. Si fa presente, però, che, con riferimento al settore privato, la Corte di Cassazione, con sentenza 10.4.2001 n. 5363 ha espresso un avviso diverso, sostenendo che la rivalutazione e gli interessi dovrebbero essere calcolati sulle somme al lordo delle ritenute fiscali e contributive. Le somme da liquidare a titolo d'interesse legale o rivalutazione costituiscono, ai fini fiscali, redditi da lavoro dipendente e sono ad essi equiparati a tutti gli effetti. Ne deriva l'assoggettabilità a ritenuta e, quindi, ad imposta sia della rivalutazione che degli interessi (art.1 D.Lgs.314/1997 art.3, comma 3 DM 352/1998- Circolare Ministero Finanze, 28 dicembre 1997, n. 326/E). Per gli enti non statali la relativa spesa è a carico delle amministrazioni d'appartenenza. Per quanto attiene le pensioni e le altre provvidenze di natura assistenziale la relativa spesa è a carico delle amministrazioni, organismi ed enti previdenziali competenti all'erogazione (art.4 DM 352/1998). Questo punto è di particolare rilevanza per le Camere di Commercio se si considerano i meccanismi di liquidazione dell'indennità di anzianità prevista dall'art.77 del D.I. 12.7.1982. Gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sono corrisposti d'ufficio, pur rimanendo fermi gli ordinari termin
Data di pubblicazione 12/09/2014 00:00
Data di aggiornamento 24/06/2009 20:10