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Per le imprese l'informazione ambientale e sociale diventerà una risorsa

Non più solo conti economici e dati finanziari. Dal 2017, le grandi aziende dell’Europa dovranno rendere pubbliche, insieme ai loro bilanci, le politiche di sostenibilità sociale e ambientale che mettono in atto e i rischi connessi alla loro attività. A stabilirlo è una direttiva comunitaria approvata definitivamente a settembre 2014, per la quale è cominciato all’inizio di luglio l’iter di recepimento anche in Italia, destinato a concludersi, secondo il governo, ad agosto 2016.

Le imprese, recita il testo, dovranno includere «nella relazione sulla gestione una dichiarazione di carattere non finanziario contenente almeno informazioni ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva in misura necessaria alla comprensione dell’andamento dell’impresa, dei suoi risultati, della sua situazione e dell’impatto della sua attività». Un provvedimento che, spiega Benedetta Francesconi, responsabile

Politiche internazionali, promozione della responsabilità sociale d’impresa e del movimento cooperativo del Ministero dello Sviluppo economico, «servirà a integrare maggiormente la sostenibilità nella vita delle aziende e a promuovere un rapporto di fiducia tra imprese e stakeholder. La trasparenza aiuterà le società anche a trovare investitori e a raggiungere nuove nicchie di mercato».

Da una parte, in sintesi, ne beneficeranno investitori, consumatori, cittadini; dall’altra ne uscirà rafforzata la competitività delle aziende. Soprattutto in un sistema come quello italiano che, sottolinea il responsabile Cultura di Confindustria Antonio Calabrò, «ha già fatto passi avanti importanti in termini di sostenibilità. Le aziende che operano sui mercati esteri, in particolare, investono da 15 anni in produzioni ecocompatibili, risparmio energetico, welfare inclusivo». La direttiva, aggiunge Monica Frassoni, co-presidente del partito dei Verdi europei, «da una parte servirà da stimolo per attuare politiche di sostenibilità, e dall’atro aiuterà a valorizzare elementi di competitività importanti: l’Italia è la seconda green economy dopo la Germania, con il 50% delle imprese che hanno almeno un green job».

Se la direttiva rappresenta un passo avanti verso un’economia più sostenibile, alcuni aspetti sono stati indeboliti dal compromesso. Vedi il perimetro di applicazione delle disposizioni, via via ristretto nel processo legislativo europeo: da una prima ipotesi di 40 mila aziende, si è scesi a 18 mila e infine a 6 mila, alzando la soglia dei dipendenti da 250 a 500 e limitando il campo solo ai cosiddetti «enti di interesse pubblico», ossia imprese quotate sui mercati regolamentati, assicurazioni, banche e intermediari finanziari. L’esclusione delle piccole e medie imprese, appoggiata anche da Confindustria, è figlia, spiega Frassoni, «di quella percezione, molto diffusa nell’Europarlamento e nella Commissione, che ogni nuova regola sia un adempimento gravoso, mentre in questo caso avrebbe potuto rappresentare un’occasione per valorizzare l’operato delle aziende».
Frutto di un accordo tra posizioni diverse è anche l’assenza di obblighi veri e propri. «La diffusione delle informazioni non finanziarie è di natura non prescrittiva: l’impresa deve divulgarle, ma potrà anche decidere di non farlo, giustificando in modo esteso e ragionato la propria scelta», spiega Gian Paolo Ruggiero del ministero dell’Economia, che sta seguendo l’iter di recepimento. «Considererei questo aspetto solo come un colpo di coda: con l’evolversi della legislazione verso una maggiore sostenibilità ambientale queste omissioni scompariranno», aggiunge ottimista Frassoni.
Rimangono invece da chiarire a livello nazionale l’aspetto dei controlli e quello degli standard da seguire per la rendicontazione delle politiche aziendali. Sul secondo punto, in particolare, la direttiva cita sei standard internazionali di sostenibilità diversi tra loro, tutti utilizzabili. «Da una parte è vero che si assomigliano tutti, dall’altra l’uso di sistemi differenti non agevola la comparabilità tra imprese», spiega Francesconi. Nei prossimi 12 mesi, anche attraverso una consultazione pubblica, si cercherà di trovare una risposta alle questioni aperte. Al momento, dice Calabrò, «c’è concordanza di orientamenti tra Confindustria e il governo. Chiediamo flessibilità e leggerezza: l’applicazione della direttiva non dovrà risolversi solo in un adempimento burocratico, ma far crescere le imprese».  

Fonte: www.lastampa.it