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Metà dell'energia nel mondo va sprecata ed inquina, non dà lavoro e costa

“Nel bilancio energetico dei paesi, anche i più sviluppati, il 50% circa dell'energia consumata va sprecata e si perde o nelle trasformazioni, ad esempio nel produrre elettricità dal petrolio, o durante i trasporti, lungo gli oleodotti, le linee ad alta tensione, i gasdotti”.

E’ quanto afferma l'Accademico dei Lincei Sergio Carrà - ingegnere chimico del Politecnico di Milano ed esponente della massima istituzione italiana di cultura scientifica e umanistica - secondo il quale “si tratta di energia che non produce lavoro utile ma che viene comunque consumata, viene pagata e causa la metà dell'inquinamento imputato ai consumi energetici”.

Insomma, per Carrà “il costo dell'energia, dopo quello della salute, è uno dei più elevati nel bilancio dell'economia italiana”. E' un costo che “merita particolare attenzione anche perché riguarda fonti energetiche che dobbiamo importare e pagare in valuta”.

Sempre secondo Carrà, inoltre, l'economia è compressa fra “Scilla e Cariddi”, che da un lato impongono l'impiego dell'energia per favorire lo sviluppo e dall'altra di limitarlo per proteggere l'ambiente e contenere i costi. “L'eliminazione degli sprechi - sottolinea - offre la migliore possibilità di conciliare il risparmio con la tutela dell'ambiente”. “Le politiche del clima –aggiunge - hanno stimolato un forte rilancio del tema energetico nelle politiche pubbliche europee ed italiane”.

In ambito europeo, dopo aver avviato un ambizioso schema di Emission Trading in attuazione del Protocollo di Kyoto, l'Unione Europea, ricorda Carrà, ha lanciato una ampia strategia per clima-energia nel 2007 a cui hanno fatto seguito direttive e azioni sull'efficienza energetica e le fonti rinnovabili. La Ue ha quindi riproposto ambiziosi obiettivi unilaterali di abbattimento dei gas serra sia alla COP 15 di Copenhagen sia alla prossima COP 16 di Cancun (2010). Le politiche climatiche hanno inoltre stimolato nuovi programmi sul nucleare, inclusi quelli italiani.

“Tali sviluppi - sottolinea l'accademico dei Lincei - pongono diverse questioni di attuabilità e di ritorno tecnologico, ambientale ed economico”. A fronte di un notevole potenziale di diffusione ed innovazione tecnologica, e di sviluppo industriale nei settori della cosiddetta “green economy”, “queste tendenze aprono interrogativi specifici sulla sostenibilità ambientale di alcune tecnologie, ad esempio alcune rinnovabili, e sulla attuabilità economica di altre tecnologie, ad esempio il nucleare”.

Restano poi settori critici, come quello dei trasporti, dove né le rinnovabili né il nucleare possono offrire, secondo gli esperti, “soluzioni sufficienti”. La discussione è aperta.
 

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